L’IMPERIO
ROMANZO ITALIANO | SECONDA PUNTATA
L’Imperio di Federico De Roberto, “romanzo politico”, o meglio, “parlamentare”, è un gioiellino della narrativa italiana post-unitaria. Certo, è inevitabile confrontarlo con i “I Viceré”, l’opera precedente della incompiuta trilogia dell’autore napoletano a cui, a detta di molti, cede il passo in termini di compiutezza e vigore. Ma non si può negare che, nella sua unicità, L’Imperio offra un ritratto spietato e amaro sulla politica dell’epoca.
Quando don Consalvo Uzeda, principe di Francalanza – uomo la cui ambizione è pari solo alla sua spregiudicatezza – si rende conto che il suo cognome illustre non gli garantisce più lo status di un tempo, lascia Catania e sbarca a Montecitorio, cavalcando i marosi della politica romana con l’agilità di un funambolo, fino a divenire ministro. E lo fa con tale destrezza da farci quasi dimenticare che la morale, in questa vicenda, è stata abbandonata in qualche oscuro angolo sperduto della Sicilia.
Liberali? Socialisti? Poco importa, tanto le ideologie si equivalgono e si tratta solo di scegliere quella che apra le porte più velocemente. Al principe senza scrupoli fa da specchio Federico Ranaldi, giovane salernitano, aspirante giornalista, idealista e sognatore, che si ostina invece a inseguire i valori risorgimentali: anche lui finirà inghiottito dal cinismo dilagante della Capitale, fino a ritrovarsi, alla fine, solo e amareggiato.
De Roberto, ispirato dai naturalisti francesi, tende al verismo, aiutato dalla frequentazione di Montecitorio, dove si recava spesso per accumulare materiale utile al romanzo, tra sedute parlamentari, salotti romani e ambienti del giornalismo. Ma la verità romanzesca sembra sfuggirgli come sabbia tra le dita, davanti al gioco del potere.
Per un attimo sembra che il nazionalismo possa rappresentare una via di fuga per i suoi personaggi, ma nulla resiste alla spietatezza della realtà, se non, forse, i valori perduti e i legami familiari. Dopo una stesura travagliata, L’Imperio vide la luce solo nel 1929, dopo la morte dell’autore. Una pubblicazione tardiva, certo, ma che aggiunge al romanzo quel velo di curiosità che lo rende, se possibile, ancora più affascinante.